Storie interessanti dell’Alto Adige
Il grembiule blu
Immancabile elemento dell’abbigliamento da lavoro in Alto Adige... I turisti in Alto Adige si accorgono subito che i contadini e gli artigiani portano un grembiule blu nei giorni feriali. Sembra che non possano farne a meno: senza la camicia bianca o a quadretti e sopra il grembiule che arriva fino alle ginocchia si sentono vestiti a metà. Il grembiule blu è diventato il simbolo del mondo lavorativo degli uomini altoatesini, e il colore vivo forse illumina un po’ il grigiore della vita quotidiana. Il grembiule è molto pratico e trova svariate possibilità di utilizzo. Spesso è personalizzato con fiori ricamati e detti divertenti come per esempio “lustig & ledig” (allegro e celibe), “im Wein liegt die Wahrheit” (in vino veritas) oppure “Bauer mit Herz” (contadino con cuore)... Non importa se ha una funzione utile o se viene portato semplicemente per abitudine: il grembiule fa parte dell’Alto Adige! Contrariamente agli altri grembiuli, il grembiule da uomo del burgraviato, chiamato “Firtig”, è composto da due parti, il “Brüstl” (pettorina) con una scollatura tonda e una parte inferiore rettangolare con tre pieghe. Questo grembiule una volta aveva la sola funzione di proteggere i vestiti dalle macchie. Anche oggi viene raramente portato dalla popolazione contadina. Gli osti e i contadini una volta indossavano dei grembiuli bianchi la domenica e nei giorni festivi. Sono il costume degli uomini tra i cinque e i settantacinque anni. In dialetto sudtirolese questo grembiule viene chiamato “Fürtig” o “Firtig”, che tradotto significa “foulard”. Già da tempo i grembiuli non appartengono esclusivamente ai viticoltori. Vengono indossati anche da persone che non si sporcano le mani lavorando. Lo sapevate che un grembiule blu arrotolato significa “fine del lavoro”? Dopo il lavoro infatti l’angolo destro del grembiule viene arrotolato sulla schiena, mentre l’angolo sinistro viene lasciato cadere in avanti.I fuochi del Sacro Cuore di Gesù (il venerdì del Sacro Cuore di Gesù cade il 2° venerdì dopo il Coprus Domini)
Una tradizione questa, forse la più importante dell’Alto Adige, che risale al 1796. Ogni anno dalla fine del XIX secolo sui pendii delle montagne del Tirolo vengono accesi i fuochi del Sacro Cuore di Gesù per rinnovare la promessa solenne fatta del lontano 1796. Mentre le truppe francesi di Napoleone I minacciavano il Tirolo, i signori del Tirolo si incontrarono a Bolzano nel 1796 per parlare del pericolo imminente. L’abate di Stams Sebastian Stöckl cerco di convincerli ad affidare le terre del Tirolo al “Sacro Cuore di Gesù” e di richiedere così l’intervento divino. La proposta venne accettata unanimemente e i signori promisero solennemente nel nome del popolo di festeggiare il Sacro Cuore di Gesù ogni anno da lì in poi. Il giorno scelto fu il secondo venerdì dopo il Corpus Domini. Questa alleanza con il Sacro Cuore di Gesù venne rinnovata dal patriota tirolese Andreas Hofer e dai suoi combattenti prima della battaglia sul Berg Isel contro le truppe franco-bavaresi. Da quell’anno la domenica dopo il venerdì del Sacro Cuore di Gesù divenne un giorno festivo in tutto il Tirolo, celebrata con processioni e grandi fuochi in montagna. Questi falò in tempi di guerra erano segnali luminosi per l’inizio concordato della battaglia, che divampavano su cime e punti ben visibili. Ancora oggi in Alto Adige la domenica del Sacro Cuore di Gesù vengono accesi dei fuochi. Sono la prova sacra dell’insolubilità della promessa solenne dei signori tirolesi nell’anno 1796. I fuochi spesso si presentano in forma di cuori, croci o i simboli di Gesù “INRI” o “IHS”, ma anche scritte che fanno riferimento all’unità del Tirolo. Accendendo i grandi fuochi sulle cime delle montagne solitamente non si badano a spese o fatiche.Schützen e costumi tradizionali (caratteristici dell’Alto Adige)
Il 20 febbraio 1810 Napoleone ordinò di fucilare Andreas Hofer a Mantova perché aveva osato cacciare le sue truppe dal Tirolo nel 1809 con una rivolta del popolo. Da lì in poi in questa giornata si celebrano i combattenti tirolesi per la libertà con processioni, fiere e cerimonie davanti ai monumenti a Andreas Hofer. Gli Schützen hanno una lunga tradizione in Alto Adige. Il loro corpo venne fondato nel 1511 per difendere la loro patria. Oggi in Alto Adige esistono più di 70 compagnie di Schützen con una storia gloriosa alle spalle. Nella stragrande maggioranza dei casi portano un cappello ornato di piume di fagiano di monte, un panciotto rosso, una lunga giacca marrone, pantaloni che arrivano fino al ginocchio, calzettoni bianchi, scarpe con una fibbia e marciano in riga: in testa i portabandiera e le “Marketenderinnen”. Esistono molte varietà di uniformi, più di 100 differenti, anche se tante si assomigliano molto. Ciononostante hanno tutte dei particolari per distinguere le tante vallate e località. Se la maggior parte dei costumi tradizionali oggigiorno vengono portati solo dalle bande musicali e in occasione di processioni solenni, il costume tradizionale della Val Sarentino merita di essere citato a parte, dato che è quasi l’unico che viene portato a tutte le festività senza eccezioni e spesso anche nei giorni feriali.
Il costume tradizionale sudtirolese
La confezione dell’abito richiede conoscenze approfondite e abilità artigiane di non poco conto. A saper eseguire i complessi lavori di cucitura del costume femminile sono solo poche sarte. Una di queste è Anna Messner, anno 1931. Dire quanti abiti tradizionali abbia realizzato in tutta la sua vita le risulta difficile, ma nell’offrirci una spiegazione sceglie di distinguere fra abito da lavoro, delle feste minori e solenne. L’ABITO DA LAVORO La gonna da lavoro indossata un tempo con una camicia di lino bianco è stata oggi sostituita da un abito blu di cotone stampato a puntini, atto a proteggere da sole e freddo e facilmente lavabile. Il corpetto viene rinforzato all’interno con una stoffa, per lo più a quadretti, più spessa, destinata a sottolineare la figura. Le ricche maniche vengono rimboccate per lavorare, mettendo in mostra la fodera sul bordo inferiore. Un foulard di cotone, generalmente rosso a motivi bianchi o chiaro con stampa colorata è posato ben piegato e incrociato sul davanti. Il grembiule è sempre in toni chiari, a righe o motivi piccoli oppure rosso con piccoli motivi bianchi. Il “Tiechl” (foulard) è l’elemento più appariscente di chi indossa il costume, abbinato alla tinta del grembiule. In caso di lutto o di funerali sono entrambi neri. Alla semplicità del “Tiebetstiechl” si oppone talvolta la preziosità dei cosiddetti “Atlastücher”, vero orgoglio della donna in costume. La signora Messner ne conta diverse dozzine nel suo armadio. Nel dopoguerra, ci racconta, un foulard di questo genere poteva valere quanto due mesi di stipendio.
L’abito solenne
Alcune Sarentine lo indossano tutte le domeniche, soprattutto però in occasione delle principali feste religiose. È costituito da un abito di lana lucido o opaco con maniche, da un grembiule in seta o lana leggera e un foulard abbinato. Le calzature più adatte al costume sono stivaletti in pelle nera con stringhe, alti fin sopra il malleolo e con tacco medio. Il copricapo è un cappello nero in feltro schiacciato ma con falde risvoltate. Una fascia cinge la punta su cui scorrono due cordoncini rossi. Lunghe fascette di seta nera con i bordi a zig-zag fermano il cappello sulla nuca. Gli orecchini esagonali d’oro completano il costume della festa così come la preziosa decorazione sui capelli: uno freccia di argento cesellato e uno spillone d’oro nella coda sopra la nuca. Inutile descrivere l’eleganza e dignità della donna in questo abito solenne, consapevole che quando l’uomo reca sul cappello un cordoncino rosso, è ancora scapolo. Il cordincino verde invece significa che è già accasato. Sapevate che se un uomo in costume tradizionale porta ancora il “Fatsch” (cintura in pelle ricamata) dopo le ore 12 non ha ancora pranzato? Dopo il pranzo l’uomo porta il costume tradizionale senza “Fatsch”, ma con un bellissimo grembiule blu arrotolato.
Processioni – tradizioni religiose...
Le tante processioni sono tipiche dell’Alto Adige, le une solenni e sfarzose, altre molto antiche e tradizionali oppure molto modeste e legate al paese. Non sono degli eventi puramente folkloristici, ma espressione - come i pellegrinaggi – della convinzione religiosa. Ogni paese ha le sue statue e le sue usanze. Seguendo le note della banda musicale il corteo passa per stradine e viuzze, nelle quali le finestre sono ornate da santini, candele e fiori, pregando ad alta voce. Molto appariscenti sono le grandi e colorate bandiere della chiesa, portate da ragazzi forti, che sventolano al vento e che vengono tenute ferme da due corde fissate al bastone trasversale e tirate dall’aiutante. Processioni come queste si svolgono in tutti i paesi il giorno del Corpus Domini. È famosa quella di Castelrotto dove si possono osservare dei costumi tradizionale molto pomposi, ma anche in altre località potete ammirare delle processioni impressionanti.
Il maso chiuso – un particolare che caratterizza il paesaggio altoatesino
Il paesaggio altoatesino è caratterizzato da insediamenti sparsi qua e là. Le radure in mezzo ai boschi, con la casa e il fienile dei contadini, formano un maso. Con il termine “maso” qui si intende l’insieme delle costruzioni e dei terreni che appartengono all’azienda agricola. Il maso è “chiuso” se non può essere diviso e deve essere lasciato in eredità interamente. Le disposizioni vennero ratificata dello statuto del Tirolo (1526) per vietare il frazionamento rurale e per la salvaguardia e la sopravvivenza dei masi e delle famiglie dei contadini.In Italia il continuo frazionamento della proprietà ha contribuito all’esodo dalle campagne e all’abbandono dei paesi d’alta montagna, e a questo si voleva rimediare. Soprattutto nelle zone montane le famiglie vivono in tanti masi singoli che distano anche più di due ore dal centro del paese; questo è senza dubbio uno stile di vita particolare. Spesso il proprietario del maso lascia in eredità l’intera proprietà a un figlio, solitamente al primogenito. Colui che riceve il maso deve pagare ai fratelli rimanenti un corrispondente in denaro per la loro rinuncia all’eredità. Spesso un figlio rimane da solo su un maso e ha delle grandi difficoltà a trovare una donna che è attratta da questo stile di vita particolare e disposta a rinunciare a tante comodità per lavorare i campi e nelle stalle. Se si pensa che delle ca. 19.000 aziende agricole il Alto Adige ben 11.000 sono masi chiusi, allora è facile capire che questa usanza è ancora viva e fondamentale per il paese. Quasi 5.000 masi in Alto Adige sono isolati dai paesi. Questo isolamento spiega le tante usanze e il loro carattere unico e individuale. Nessun maso è uguale a un altro, ognuno ha le sue peculiarità. L’importanza del maso si rispecchia anche dell’abitudine dei sudtirolesi di chiamare gli abitanti del paese con il nome del maso.
Cimiteri, chiese, cappelle e capitelli
I visitatori di una chiesetta di paese in Alto Adige saranno sorpresi dalla posizione del cimitero intorno alla chiesa stessa e nelle vicinanze delle case, dato che nella maggior parte dei borghi italiani e germanici i camposanti si trovano al di fuori degli insediamenti. In Alto Adige sussiste l’usanza antica di seppellire i morti intorno alla chiesa, così i loro familiari possono rendere omaggio alla tomba dei loro cari dopo la messa e cospargerla di acqua santa (per alleviare le fiamme del purgatorio). Difficili da non vedere in Alto Adige sono anche le grandi croci che sormontano le vette, dalle quali Cristo protegge e benedice l’intera valle. Su alcune cime spesso si vedono delle croci del tempo con due o quattro trave trasversali che proteggono i paesi sottostanti da fulmini e grandine. Su tante colline sporgenti troneggiano delle chiesette che sorvegliano la valle; dappertutto sono situate cappelle e delle colonne dalla base quadrata con un tetto appuntito, che ricordano le vittime della terribile epidemia dell’anno 1635. Molto diffusa è inoltre l’usanza tipica di porre delle croci lungo i sentieri e le strade. Queste croci s’incontrano dappertutto, ai confini tra comuni e masi, dove ha avuto luogo una disgrazia, agli incroci, che secondo le superstizioni sono minacciati da spiriti maligni e streghe. La maggior parte delle croci raffigurano un Cristo intagliato nel legno, sono protette dalla pioggia da un piccolo tetto e spesso decorate con fiori, pannocchie di mais e santini. Tutte queste croci conferiscono alla regione un’impronta molto religiosa.
Castagne arrosto e il “nuovo” vino
Il “Törggelen” è un antica tradizione e viene praticata in autunno. Il nome deriva dal latino “torquere” e significa torcere, torchiare e girare. Dopo la vendemmia il vino veniva elaborato e trattato dal contadino e quella fase di lavoro ha dato il nome a questo tipico pranzo. Nell’ambito di una gita autunnale, di sera si fa una visita ai diversi masi o cantine per degustare il “nuovo” vino di quest’anno. Naturalmente viene anche servito un sazioso tipico pranzo con crauti, canederli, speck, würstel, affettati e castagne. La stagione del “Törggelen” dura da inizio ottobre a fine novembre.Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio
Lo conoscono tutti con il nomignolo di Ötzi, dal nome della Ötztal, la valle al confine fra l’Austria e l’Italia dove la mummia è stata scoperta nel 1991. Per soli pochi metri lo Stato che può vantarne i diritti di “proprietà” è l’Italia, ma ormai gli studi compiuti sulla mummia del Similaun dagli scienziati dell’Università di Innsbruck e dal Römisch Germanisches Zentralmuseum di Magonza ne hanno fatto un “reperto di studio” di valenza mondiale. Di seguito alcuni dati relativi all’Homo Tyrolensis (5.300 anni fa), soprannominato Uomo del Similaun, Ötzi, Omsék, der Mann im Eis, e visibile da un oblò nella cella frigorifera a -6° del Museo Archeologico di Bolzano. Luogo del ritrovamento: Val Senales (Alto Adige), valico di Tisa (ghiacciaio del Hauslabjoch), sul confine italo-austriaco, per 92 m in territorio italiano, a 3.278 m d’altezza. La mummia: età 45 anni; statura 1 metro e 60; copricapo in pelle a forma conica; mantello di pelle e fibre vegetali; faretra di pelle con 14 frecce; ascia con lama in rame fissata a un manico in tasso; arco in legno di tasso in fase di lavorazione e spezzato; calzari in pelle di vitello allacciati a gambali di cuoio alti fino alla coscia; sacca contenente utensili in selce, resti di fungo con proprietà medicinali, punteruolo in corno di cervo, cordino di fibre vegetali.Krampus e campanacci in Val Venosta
Il 5 dicembre in molte località dell’Alto Adige c’è la festa dei diavoli, i Krampus, che vestiti di pelle, col viso imbrattato di nero fuliggine e due lunghe corna, inseguono per le strade i “bambini cattivi”; poi, però, arriva il buon San Niccolò, che distribuisce dolci e caramelle a tutti. A fine febbraio, invece, si perpetua un rito che profuma ancora di pagano: per scacciare gli spiriti dell’inverno i ragazzi suonano per le strade grossi campanacci e battono su bidoni di latta; con la medesima finalità, nel meranese, la sera della prima domenica di Quaresima, si accendono grandi falò e si lanciano dischi infuocati.
Parcines: il museo della macchina da scrivere
Peter Mitterhofer di Parcines (1822-1893) fu un inventore incompreso. I suoi rudimentali modelli di macchina da scrivere, in legno e in metallo, malgrado seguissero di pochi anni l’invenzione del prototipo di macchina da scrivere (1855), non trovarono credito dal governo austriaco; negli Stati Uniti, intanto, nel 1867 iniziavano a entrare in commercio le prime macchine dattilografiche. Per ricordare questo singolare ma sfortunato personaggio, Parcines ha aperto nel 1993 il Museo della macchina da scrivere, che espone circa 1000 modelli che ne ripercorrono l’evoluzione fino all’avvento del computer.
Forst: la birra di Merano
A Foresta (comune di Lagundo) presso Merano, dal 1857 è attiva una fabbrica di birra che, prendendo il nome dal luogo in cui veniva prodotta, ha subito trovato una larga diffusione. Le grandi cantine con i moderni impianti di fermentazione (da visitare) si affiancano alla pittoresca birreria con giardino all’aperto e stube per una piacevole sosta. Profumati e gustosi taglieri di speck vengono annaffiati da boccali di birra che variano dalla leggera Forst Premium alla Pils morbidamente amara, dalla pastosa Kronen alla Sixtus doppio malto.
Merano: la cura dell’uva
La cura dell’uva era assai praticata alla corte degli Asburgo; i benefici, già allora, furono studiati da medici insigni. Tale regime dietetico terapeutico, per disintossicare il corpo e la mente in un ambiente preferibilmente distensivo, è stato di recente ripreso in diverse località del Trentino (Alto Garda) e dell’Alto Adige (Merano).Quando l’Adige era un’autostrada d’acqua
Attorno alla navigazione sul fiume Adige è fiorita nei secoli un’economia specializzata: dai fabbricanti di barche ai traghettatori e fluitatori, dai costruttori di depositi per la conservazione e la distribuzione del legname presso i “porti” a coloro che si occupavano di organizzare i punti tappa con cavalli abituati al tiro delle zattere. Al di sopra di queste attività vigevano le corporazioni dei barcaioli giuridicamente ordinate, che controllavano i diritti dei confinanti lungo le sponde, l’utilizzo delle macchine ad acqua di fabbri, segantini, mugnai, il tariffario dei diversi dazi. Gabelle e pedaggi sulle merci in transito erano appannaggio dei principi, dei monasteri o di altre autorità signorili, che non di rado si servivano di catene calate da una sponda all’altra, onde evitare furbesche sortite. Agli inizi del Settecento si annotava che ...da Bronzolo (Alto Adige) a Sacco (Borgo Sacco-Rovereto) bastavano quattro Zatéri, ma presso San Michele dovevano essere caricati altri due Zatéri, perché il tratto più pericoloso del fiume era presso Zambana. A Trento i Zatéri di Grumo o di San Michele potevano tornare a casa.
Il dialetto sudtirolese
Come forse sapete, gli altoatesini tra di loro non parlano l’alto-tedesco, ma il dialetto sudtirolese, spesso persino incomprensibile per i germanofoni. Dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia con il passare degli anni alle parole tedesche si sono mischiati tantissimi termini della lingua italiana, entrando nel vocabolario della vita quotidiana e, spesso, dando vita a dei neologismi, difficilmente comprensibili per chi viene da oltre i confini della provincia. Chi ha qualche conoscenza di tedesco può approfondire l’argomento sul divertentissimo sito oschpele.ritten.org.Gli Avelignesi
È la località di Avelengo a dare il nome a questi cavalli, ma la loro storia inizia in Val Venosta. Nel 1874 nacque a Silandro, nel maso di Josef Folie, lo stallone “249 Folie”, il 249° nato in quell’azienda. Il padre era lo stallone arabo “133 El’Bedavi XXII”, la madre probabilmente una giumenta norica o, secondo altri, una cavalla di origine galiziana. Gli Avelignesi venivano inizialmente allevati per scopi militari, per rifornire le truppe asburgiche sulle Alpi. A Lasa in Val Venosta si addestravano i puledri da destinare, quattro anni più tardi, all’esercito. Dopo altri quattro anni i cavalli vennero dati all’allevatore. I cavalli divennero dunque poderose bestie da soma che potevano essere impiegati per la le guerre alpine. E poiché gli esemplari robusti erano chiamati “Haflinger”, Avelignesi, così fu battezzata nel 1899 anche la razza, presto insediatasi in Val Venosta, Avelengo, Meltina, San Genesio e sul Renon con un allevamento autorizzato dal ministero imperiale dell’agricoltura. Nel 1904 nacque a Meltina la prima cooperativa di allevatori di Avelignesi. Il secondo tratto distintivo della razza, la criniera bionda, si deve invece ai Sarentini con la loro passione per le volpi dal pelo chiaro. Sette stalloni sono oggi considerati i fondatori della linea degli Avelignesi, tutti discendenti da “249 Folie”.La festa di San Bartolomeo
Il 24 di agosto, quale che sia il giorno della settimana in cui cada, si celebra sul Renon la grande Festa di San Bartolomeo. Orario di lavoro ridotto per la maggior parte delle attività, banche e uffici pubblici, al “Bartlmastag” non si perde l’occasione di fare un salto su all’Alpe, teatro di una grandiosa festa d’estate organizzata dai residenti per i residenti, non a caso i più assidui frequentatori dell’evento. È il giorno di festa per eccellenza, atteso con ansia di anno in anno da giovani e vecchi e preparato con grande cura e rispetto delle tradizioni. Per chi non vi trascorre la vigilia, la partenza alla volta dell’Alpe sarà di buon mattino per godersi tutti i rituali di questo appuntamento. La tradizione vuole in particolare che si raggiunga a piedi la prima stazione per il Rifugio Saltner, sotto la Malga “Schian”, dove una mescita improvvisata e un paio di musicisti convincono ad una breve sosta. Una birretta fresca, un bicchiere di bianco, una weißwurst o un meraner e i primi krapfen contadini. Il posto fa presto a riempirsi: famiglie, amici e villeggianti, qualcuno in pantaloni di pelle e costume tradizionale. NATI PER IL PASCOLO Già alla vigilia si è provveduto a radunare tutto il bestiame al pascolo. Durante l’estate il rifugio Saltner ospita, senza elettricità o acqua corrente, i veri e proprio eroi della giornata: i guardiani di mandrie. Grandi protagonisti della festa di San Bartolomeo, i guardiani sono i responsabili degli oltre 1000 capi di bovini ed equini loro affidati e di cui conoscono alla perfezioni i proprietari, capo per capo. I guardiani indossano frequentemente un grembiule blu, su cui vengono spesso ricamate scritte divertenti come “lustig & ledig” (allegro e celibe) o altre saggezze contadine, e un cappello di feltro con un mazzolino di fiori. Qualcuno di loro porta ancora una barba ispida e lunghe fruste, fatte schioccare con vera maestria per comandare il bestiame. Alfons Kofler dell’azienda agricola “Keifhof” dirige l’alpeggio. Assieme a lui si occupano del bestiame il figlio Matthias, Karl Pechlaner e il guardiano di vitelli Hannes Pichler. Con 22 anni di esperienza sul campo, Alfons è il più anziano del gruppo. “Il lavoro è praticamente sempre lo stesso, ogni anno, ma è divertente. Pastori si nasce, gli animali ti devono piacere e ci devi saper fare come con le persone”, sorride e guarda verso i pascoli. La giornata di un guardiano può anche essere molto dura. L’impegno è richiesto con qualsiasi tempo e spesso capita che nel corso di un temporale venga a mancare qualche capo o si debba cercare qualche animale disperso sino a notte inoltrata. Il giorno di San Bartolomeo tutto questo è ormai lontano nella memoria. Verso le 11 del mattino i guardiani radunano le bestie in un punto situato poco più sopra e in cui si assiepano già centinaia di curiosi. L’aria profuma di carne alla griglia e l’atmosfera è rallegrata dalle note della banda musicale di Vanga, ospite da queste parti dal lontano 1927. A mezzogiorno in punto iniziano i richiami dei guardiani con lo schiocco delle fruste e il muggire e nitrire del bestiame pronto a rientrare, mentre i guardiani raccontano agli allevatori come è andata l’estate. Anche il grande mercato del bestiame al “Stricker Pfarrer”, con lo scambio di diversi animali, si tiene tradizionalmente in questa giornata. Il pomeriggio, quando ritorna la quiete, ci si ritrova più sotto per una festa sui prati a Tre Sentieri, dove i festeggiamenti continuano fino a notte fonda. I guardiani fanno poi ritorno al bestiame: l’estate in montagna cessa per loro solo il 13 settembre, celebrando, come vuole la tradizione, una S. Messa di Ringraziamento alla Croce di Latzfons.
I gerani
Perché in Alto Adige su quasi tutti i balconi fioriscono i gerani rossi? I sudtirolesi spesso non li chiamano gerani, ma “Brennend Liab” (amore ardente). E perché la maggior parte degli altoatesini parla il tedesco? Ecco alcune risposte: La storia dell’Alto Adige ebbe inizio con il Trattato di Saint-Germain del 1919, nel quale la provincia venne annessa al Regno d’Italia, diventando così la provincia più a nord dell’Italia. Per secoli aveva fatto parte del Tirolo (l’attuale territorio austriaco) e dell’Impero Austro-Ungarico degli Asburgo. Il 21 ottobre 1939 Hitler e Mussolini strinsero un patto per il trasferimento in territori della Germania nazista delle minoranze tedesche e ladine dell’Alto Adige. Ai quasi 250.000 altoatesini di lingue tedesca e ladina (80% della popolazione totale) venne suggerita l’opzione per la Germania. Chi voleva rimanere in Italia doveva tenere conto dell’italianizzazione, con il conseguente abbandono della propria cultura e della propria madrelingue. La scelta difficile tra emigrazione involontaria e “restare” fu oggetto di forti discussioni nei comuni e persino in famiglia. Le prime famiglie lasciarono la loro patria già nel 1939, e fino al 1943 ca. 75.000 altoatesini erano emigrati, prevalentemente con poco o niente in loro possesso. Dopo la caduta di Mussolini, nel settembre 1943 l’Alto Adige e tutto il Nord Italia vennero occupati dalle truppe tedesche, evento che segnò la fine dell’emigrazione. Dopo il 1945 gran parte degli optanti per il Reich ritornarono nella loro patria. Dato che la provincia di Bolzano rimase dell’Italia anche dopo la 2° Guerra Mondiale, gli optanti che erano ritornati nella loro patria ricevettero di nuovo la cittadinanza italiana dopo l’accordo Gruber-De Gasperi. I gerani che ancora oggi ornano tanti masi e tante case in Alto Adige, vennero usati per scopi propagandistici. In forma poetica questo simbolo dei contadini doveva conquistare la simpatia delle parti. | Versione dei Restanti Sull’erker fiorisce come sempre, Lo splendente “amore ardente”. La fedeltà per la patria era più forte, Come eravamo contenti che ci fu lasciata. O fiorisci e splendi, o fiore - Sei un simbolo della fedeltà! E annuncia che fede e patria Per noi sono il massimo. |
Versione degli Optanti Ecco che sull’erker soleggiato Fiorisce l’ultimo “amore ardente”; La fedeltà per la Germania fu più forte, La cosa più cara che ci restò. La portiamo nel nostro cuore, Per altri un simbolo fu; Il silenzio nella nostalgia per la patria: Addio, Sudtirolo mio! |
„Scheibenschlagen“ in Val Venosta
Ogni anno la prima domenica di Quaresima (1° domenica dopo carnevale) si celebra un rituale in un luogo di per sé mistico, il Col di Tarces. Il Col di Tarces (1077 m) è una roccia spoglia dell’Alta Val Venosta dal fascino mistico, un’altura tonda che quasi a sorpresa erge dalla piana di Malles. È di grande importanza storica e naturalistica e offre un panorama fantastico. Un visitatore della collina racconta sotto il sole pomeridiano che sotto la collina si trova un bunker della Seconda Guerra Mondiale costruito tra il 1939-1942 ma mai portato a termine, nel quale lavorarono e vissero 200 soldati. È composto da più ingressi, stanze da letto e di lavoro, poligoni, infinite scale e che perfora tutta la collina. La maggior parte degli ingressi sono ricoperti di rovi e perciò difficili da trovare. Inoltre racconta con orgoglio di come ha interpretato l’aiutante di campo di Andreas Hofer nel film “La libertà dell’aquila”, a sua volta personificato dall’attore austriaco Tobias Moretti (noto soprattutto per il suo ruolo in “Il commissario Rex”), e come le fan volevano continuamente baciare Moretti... Il “Scheibenschlagen”, il lancio dei dischi ardenti, è una tradizione nella quale dischetti di legno di cirmolo ardenti vengono lanciati verso la valle con l’aiuto di rami di nocciolo. Il disco viene accompagnato dalle parole: “O Reim, Reim! Wem soll die Scheib sein? Dia Scheib und mei Kniascheib sollen der Thresl sein! Geaht sie guat, hat sie’s guat, geaht si nit guat, soll sie miar und mein Scheibele nicht verübl haben! Korn in der Wann’, Schmalz in der Pfann’, Pfluag in der Eard, schaug, wie mein Scheibele aussireart!“ (O rima, rima, di chi sarà il disco? Il disco e la mia rotula saranno di Tresl (il nome cambia di volta in volta). Se va bene starà bene, se non va bene non deve prendersela con me e con il mio disco. Grano nel granaio, strutto in padella, aratro nella terra, guarda come vola il mio disco.) Più tardi vengono incendiate anche delle gigantesche croci di paglia, le “streghe“, che sono il culmine dell’evento.La leggenda dei canederli sudtirolesi
Accadde che un giorno un gruppo di Lanzichenecchi saccheggiatori arrivarono in questo maso ed il comandante pretese di mangiare, altrimenti i suoi soldati avrebbero appiccato il fuoco alla casa e al maso. La contadina era a casa da sola con le sue ragazze, ma senza spaventarsi si mise al lavoro. Ordinò alle ragazze di radunare tutto quello che c’era in casa da mangiare. Alla fine, sul tavolo c’erano del pane vecchio, delle cipolle, alcune uova, un po’ di speck e un po’ di farina. La contadina ordinò di tagliare il pane in piccoli pezzetti e di andare a pendere un po’ di erbette dal giardino e di tagliarle fine fine. Poi amalgamarono tutto in un’unica pasta, aggiunsero il sale, formarono delle palle e le buttarono nell’acqua bollente salata. Decisa, la contadina servì ai Lanzichenecchi affamati le scodelle piene di queste palle. Piacquero loro così tanto e li saziarono talmente, che dopo mangiato caddero in sonno profondo. “Queste palle di cannone stenderebbero anche l’uomo più arrabbiato”, disse il comandante meravigliato, dando all’astuta contadina un paio di monete d’oro come ricompensa, prima di congedarsi con le sue truppe. Da quel giorno la marcia trionfale dei canederli tirolesi non si è ancora arrestata…
Come venne inventato lo speck
I primi documenti in cui viene nominata la parola “speck” risalgono al XVIII secolo, ma esso compare già nel 1200, pur con nomi e definizioni differenti, nei regolamenti dei macellai e nei registri contabili dei principi tirolesi. Inizialmente veniva prodotto per la necessità di conservare la carne, ed era destinato al consumo famigliare. La conservazione avveniva essenzialmente tramite la salatura e l’affumicatura. L’affumicatura era il sistema preferito nel nord Europa per conservare la carne, anche perché si riscaldava di più. L’affumicatura venne usata al sud, ed è tuttora il metodo tipico usato per i prosciutti di area mediterranea. L’Alto Adige ha fuso i due metodi, dando vita allo speck, prodotto secondo la tradizionale regola “poco sale, poco fumo e molta aria”, che consiste essenzialmente in una salatura moderata e nell’alternanza di fumo freddo e aria fresca. Inizialmente lo speck rappresentava soprattutto per i ceti meno abbienti l’unica opportunità di mangiare carne e far fronte, così, al fabbisogno di lipidi. Oggi costituisce, con il pane e il vino, uno dei punti cardine della merenda sudtirolese.
Ecco un’altra leggenda sullo speck
Si narra che quando Napoleone Bonaparte era intento a conquistare mezzo mondo, passo anche per la Val Venosta. I suoi soldati occuparono il Col di Tarces e si comportarono da vandali. In una casetta lungo il sentiero del colle abitava un onesto sarto con sua moglie. Nella stalla avevano un maialino grassottello, del quale si prendevano cura da tempo. Come nasconderlo dai francesi? Non volevano perdere il maiale a nessun costo, perché avevano risparmiato tutto l’anno e lavorato sodo per poter finalmente mangiare un po’ di carne. Il sarto ebbe un’idea! Disse: “Se macellassimo il maiale e lo appendessimo nella cappa del camino, a nessuno dei francesi verrebbe in mente di guardare lassù!” Detto fatto. Venne così il giorno che il sarto e la mogliettina dovettero lasciare la casa. I soldati presero tutto quello che si poteva portar via. Gli ufficiali si stabilirono nella casa del sartorello. In cucina lessavano e arrostivano e il fumo usciva dal camino dalla mattina alla sera. Dopo una settimana le truppe francesi ripartirono e gli abitanti del paese ritornarono nelle loro case. Anche il sarto e la moglie ripresero possesso della casetta. Subito guardarono su per la cappa del camino e, guarda un po’, il maiale c’era ancora. Ma era tutto nero e affumicato! Lo assaggiarono lo stesso e si accorsero che la carne aveva un sapore ottimo, inoltre si conservava a lungo senza andare a male. Tutti il fumo prodotto dai francesi aveva affumicato per bene la carne. Da allora esiste lo speck altoatesino! Così, si narra, venne inventato lo speck.Il Vinschger Paarl
La storia del pane nella zona alpina inizia con ritrovamenti di pane in Svizzera 4000 anni a.c. In Alto Adige ci sono documenti che provano l’esistenza di gluma di orzo e monococco nel Neolitico. I Romani coltivarono frumento, orzo, segala e miglio in Alto Adige, ma soprattutto la segala si rivelò un cereale molto resistente. A causa del clima aspro e relativamente asciutto e dell’isolamento degli insediamenti contadini in alta montagna, in Alto Adige si sviluppò già nell’imminente Medioevo un metodo particolare per raccogliere le provviste. Uno dei tipi di pane più comuni nel Medioevo era il “Vinschger Paarl”, un tipico pane nero. L’”Ur-Paarl dei monasteri” è la variante più antica del “Vinschger Paarl”, il tipico e gustoso pane della Val Venosta fatto di farina di segale. Secondo la tradizione e il nome particolare, vengono uniti due pani rotondi e piatti, da qui il nome “paarl”, ovvero coppia. La ricetta originale viene custodita dai monaci benedettini dell’Abbazia di Monte Maria (sopra Burgusio), e i panettieri che rispettano l’antica ricetta, producono l’”Ur-Paarl” con la farina di segala lievitata naturalmente. Ancora oggi in alcuni masi si trovano i tipici forni da panettiere vicino alla casa dei contadini. All’incirca 2-3 volte all’anno vengono prodotte grandi quantità di “Vinschger Paarlen”, che vengono poi conservati in dispensa. Le coppie vengono accatastate sui telai per farle seccare, i panini duri vengono poi tagliati nella “Gramml”. Il “Vinschger Paarl” non può mancare in una merenda come si deve, ma anche secco è la base per piatti gustosi, come per esempio la Zuppa di pane della Val Venosta. Secondo la tradizione una volta dopo i funerali al tradizionale banchetto funebre venivano servite solo mezze “coppie”.La transumanza delle pecore - unica nelle Alpi
Gli abitanti della Val Senales non sono ben radicati solo nella loro valle, ma anche nelle loro tradizioni. Quella più impressionante e allo stesso tempo più reale è la spettacolare transumanza delle pecore. Da molto secoli ogni anno a metà giungo 3500 pecore dalla Val Venosta e dalla Val Senales attraversano il Giogo Alto (2857 m) e il Giogo Basso (3019 m) fino ad arrivare alla Venter Tal in Austria sugli alpeggi appartenenti ai contadini della Val Senales. Pastori e cani accompagnano i greggi che in parte percorrono in una marcia lunga due giorni di oltre 44 km e 3200 metri di dislivello in salita e altri 1800 in discesa. Durante l’attraversamento della cresta alpina si superano a fatica distese innevate e canali di rocce e di ghiaccio. A metà settembre le 3500 pecore ripercorrono il tragitto all’incontrario, ma spesso con condizioni meteorologiche più favorevoli e strade migliori. Pastori e battitori vengono accolti da tantissimi nativi e turisti con una grande festa.


